IL TRENO CHE NON C’E’

Perché fare impresa in Italia non è un affare

Le incertezze dell’economia italiana tra tesoretto e debito pubblico

Eureka, finalmente un’idea. Ora per trasformare un’idea in qualcosa di concreto se fossi negli Stati Uniti basterebbero due mesi. Partorire un’impresa in Italia comporta 284 giorni di attese e lungaggini burocratiche. Nel frattempo il mercato si sarebbe già trasformato e forse l’idea sarebbe già stata superata. Mi sarei scontrato con un costo della tenuta di un conto corrente doppio rispetto a quello presso una banca inglese, e con un costo dell’energia elettrica più alto rispetto alle media UE. Avrei inoltre constatato infrastrutture inadeguate e tempi di movimentazioni delle merci lunghissimi e costosi. Soprattutto mi sarei chiesto perché non aprire la stessa attività all’estero.

L’Italia è al 23° posto in Europa come capacità di fare impresa; benché l’export segni un +8% con un plusvalore di 377 milioni di euro sulla bilancia commerciale, l’Italia cresce meno della media UE. Se le aziende del made in Italy come la Fiat registrano il 13° trimestre consecutivo di crescita, il 70% della produzione industriale italiana è fatta da medie imprese, piccoli “Davide” contro i giganti che detengono il controllo del mercato globale, piccole realtà senza grosse capacità di investimento in ricerca, inserite in un paese dove solo l’1% del Pil viene investito in Sviluppo, la metà rispetto alla media europea.

L’Italia è anche il paese dove lo stato spende 70 miliardi di Euro l’anno in interessi passivi sul debito pubblico, dove inoltre si stima un mancato introito di 100 miliardi di euro a causa dell’evasione fiscale: un importo pari al 16% del Pil. Anche solo contenendo questi due indici passivi la situazione forse potrebbe veramente mutare. Resta la spesa del Welfare maggiore della media Europea, assorbita, tuttavia, per il 15% dal sistema pensionistico. Resta vacante tutto il sistema di aiuti statali a disoccupati e non autosufficienti. Così davvero “le tasse sarebbero bellissime”.

Il sistema Italia si trova a fare i conti con il proprio passato per presentarsi al confronto con un’economia globale concorrenziale, con un euro forte che ci tiene al riparo delle crisi internazionali, ma che non consente politiche svalutative tali da sostenere le esportazioni delle imprese italiane. L’industria inoltre costituisce solo il 23% del Prodotto Interno Lordo. Il 75% del Pil è opera del terzo settore. La crescente domanda interna dei servizi potrebbe essere la carta vincente, il volano dell’economia, ma solo se verrà attuata una restaurazione del sistema nella logica della concorrenza e della caduta dei monopoli corporativi.

BERLINI ALBERTO

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