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L’economia americana, luci e ombre dell’american way.

Cosa si nasconde dietro il sogno della banconota con la S barrata.

Chiariamolo fino dall’inizio, l’economia statunitense è il motore trainante del mondo dal 1918. Uscita dopo la prima guerra mondiale dalla logica dell’isolamento, la sua economia ha condizionato l’economia globale. Primo paese per Prodotto Interno Lordo con 13.000 miliardi di dollari nel 2006, è rimasto per un secolo il paese dei balocchi; i numeri raccontano di un reddito pro capite di oltre 43.000 $, un tasso di disoccupazione al 4%, e di un 20% di redditi alti e di un 4% di altissimi. Ma, tra le righe dei conti economici e delle statistiche sociali, emerge un 12% della popolazione al disotto della soglia di povertà, una disuguaglianza sociale in forte aumento e una riduzione del potere di acquisto della classe media. Nel 1980 il 20% più ricco aveva il 44% del reddito e lo stipendio medio di un manager era 40 volte quello di un dipendente, mentre il reddito medio di un trentenne era di 40000$/anno. Nel 2002 il 20% più ricco possedeva il 50% del reddito e lo stipendio manageriale superava di 400 volte quello dipendente. I figli soffrono il confronto con i padri, oggi il reddito medio dei trentenni si attesta a 35000$/anno, nonostante tutti gli indici di produttività continuino a mostrare il segno positivo. In fondo l’america va così. Inseguire l’american dream a costo di indebitarsi, incominciando a lavorare molto prima e finendo di lavorare molto dopo qualunque stato europeo. La spinta al consumo spinge l’economia, ma induce un andamento fortemente speculativo, come hanno dimostrato le cicliche esplosioni delle bolle finanziarie. La svalutazione del dollaro promossa dalla FED tra il 2001 e il 2003 ha consentito di superare la crisi dei mercati agevolando gli investimenti. Se l’elevata produttività ha contenuto la tendenza inflativa, il rialzo dei tassi resosi necessario nel 2004 ha causato un rallentamento dell’economia e l’insolvenza dei mutui stipulati da molte famiglie. La pratica della cartolarizzazione dei titoli di credito e la diffusione globale delle obbligazioni derivate ha provocato una crisi finanziaria da 300 miliardi di $, contribuendo a compromettere la stessa fiducia nel dollaro come moneta di riserva mondiale. Non è più fuori luogo ipotizzare un terzo ordine monetario basato su un paniere di valute tra cui spiccherebbe l’euro. L’essere il centro dell’economia mondiale non è il maggiore tra i problemi che toccano i cittadini americani; un discusso film di Michael Moore ha puntato i riflettori sul diritto all’assistenza sanitaria. La sanità pubblica americana è basata sulla presenza di un sistema di aiuti federali, il cosiddetto Medicare, dedicato alla popolazione ultra sessantacinquenne, e di aiuti per i poverissimi, il Medicaid, a carico dei singoli Stati. Tuttavia, se la sanità pubblica copre solo 20% della popolazione, il resto della popolazione deve stipulare un’assicurazione privata. Le polizze assicurative sono pagate dal datore di lavoro per il 63% dei lavoratori under 65, ma in tale modo il 35% dei minori di 65anni si trova senza copertura alcuna. Inoltre in caso di fallimento delle imprese le polizze decadono. Gli interessi di questi 50 milioni di americani saranno al centro del dibattito politico delle presidenziali del 2008, in cui si affronterà lo strapotere delle lobby assicurative che non hanno permesso in passato cambiamenti nello status quo.

BERLINI ALBERTO

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