Verso Nord

"scusi signora…"
"Nooo, guardi che c’ho pochooo"
"Ma no, signora, è che volevo chiedere dov’era la stazione!!"

Verso Nord

Dopo due giorni di lauree, lo zaino in spalla, la barba lunga, la faccia di chi ha visto poco il letto, ma ha riso molto; la voce di chi ha parlato e gridato tanto, ma ha ancora tanto fiato per continuare ancora. Ultima settimana prima delle vacanze e tanti abbracci e tanti auguri da scambiarsi. E’ quasi Natale e ho tre coccinelle rosse in tasca; le ho ritrovate quando dopo essermi buttato giù da un letto sconosciuto, sono uscito di casa e vi ho infilato le mani per proteggerle dal freddo fiorentino. E’ mattina, ma non troppo presto, tanto che il ghiaccio agli angoli delle strade si è già abbandonato al sole. Non ho avuto freddo: quel letto sconosciuto aveva delle coperte di lana e dalla finestra si vedeva Santa Maria del Fiore. Bella Firenze, ma bella anche Bologna la grassa, con le sue colline imbiancate e i portici vocianti. Ho fatto colazione nei bar di tre stazioni diverse, e se il cappuccino era sempre lo stesso, il cornetto lo si deve chiamare brioche a Bologna e pasta a Firenze, altrimenti quassu’ si viene bollati come terrone.

Non mi manca il caldo; in questi giorni mi sono nutrito di abbracci di sguardi di risate, mi sono ributtato in quella vita universitaria che mi sembra di aver lasciato un secolo fa. E’ bello mescolare la propria vita con quella degli altri E’ bello cominciare insieme un viaggio poi lasciarsi e ritrovarsi dopo qualche tempo: tanto da raccontarsi che non basta un giorno e una notte; ho rivisto occhi che conoscevo bene, ed è stato come un abbraccio: ci siamo riguardati, con quel sorriso di una volta, finalmente.

Ho sempre sostenuto che la bellezza di un viaggio sia nell’andare, nel sentire i vagoni sferragliare sulle rotaie. Volo una volta mi aveva detto che l’importante di un viaggio è il ritorno; quel giorno non lo capii, avevo bisogno di andare, ancora. E ancora sto andando, lo zaino sulle spalle, mai troppo pieno: ci lascio sempre qualche spazio vuoto, come in casa. Non mi piacciono le stanze piene da subito, non mi piace riempirmi di cose non mie; è bello lasciarlo un po’ di spazio e tenere le cose solo più importanti. Il ‘principio del vuoto’ me lo spiegò Agnese qualche tempo fa’. "Non che non ce devi avé niente dentro, però, uagliò, se tieni un po’ di spazio vuoto quello per osmosi si riempie. E’ una forza incredibile che attira tutto quello che c’hai attorno". E un po’ davvero Agnese ha ragione.

Ho infilato le mani in tasca per proteggerle dal freddo perché a Firenze c’erano zero gradi, e gli sbuffi di neve ghiacciata lungo i viali. A Bologna la mattina prima, la neve veniva giù copiosa; avrei saputo poi che dopo la mia partenza avrebbe attaccato, e ora immagino i bambini sperduti affacciarsi alle finestre delle loro stanze e, incantanti, guardare fuori, dimenticando che il giorno successivo avrebbero dovuto lasciare al proprietario le solite 300euro al mese più spese. Li immagino correre nei cortili e sotto i portici, rincorrersi e lanciarsi palle di neve sugli eskimo, che tanto il freddo non passa, e far pupazzi a piazza Maggiore. Mi piace immaginarli così, perché quando torni verso Sud l’inverno sembra regredire verso l’autunno.

Alla Luna e al Pink gli ho salutati allo stesso modo; di prima mattina specie quando il riscaldamento delle camere universitarie non è il massimo, per alzarsi dal letto ci vuole una gru, oppure un treno da prendere; io avevo quel treno, loro due no, e li ho salutati che le corde vocali ancora dormivano e il piumone era più invitante di un caffè fumante.

Ho infilato le mani in tasca mentre uscivo di casa cercando di arrivare in tempo in una stazione sconosciuta.

Ho infilato le mani in tasca perché i guanti con cui ero partito ora non sono più ‘i miei guanti’, ma ‘i suoi’. Me lo ha ribadito con un messaggio che però avrei letto solo una volta caricata la batteria del cellulare. Quella notte in più non era programmata. Ma bisogna lasciare sempre un po’ di spazio e di tempo vuoto per gli imprevisti. Dentro lo zaino c’è la macchina fotografica: il contatore segna 873 scatti. Quando hai una digitale scatti molte foto. Quando hai una digitale poi rischi di non stampare mai perché le vorresti stampare tutte e alla fine è più belle vederle sul pc che quando spingi ‘freccetta avanti’ ti sembra di aver girato un film tanto sono le foto in sequenza. I mistici Sufi condannano l’uso della macchina fotografica poiché temono che le foto siano in grado di catturare l’anima. Quando hai una digitale questa cosa riesci a farla. O almeno ci provi.

Ho infilato le mani in tasca perché ero senza guanti e ci ho trovato Tre bomboniere a forma di coccinella. Sul dorso di ogni coccinella ci sono Sette puntini neri. Si dice che sia un simbolo portafortuna. Dentro ogni scatola si sono Tre confetti. Ci sono persone fissate con i numeri. Era il 17, ma io non sono scaramantico e non ci ho pensato. Me ne sono accorto il giorno dopo. Chissà se ci ha pensato Beppe quando gli avevano annunciato che si sarebbe laureato proprio il 17 dicembre. So cosa ha pensato Milos quando ha saputo che si sarebbe laureato il 16. Ci conosciamo da vent’anni. Lo so che ha guardato la Tesi ancora da completare e ha pensato, in Serbo perché in questi casi si pensa nella lingua in cui si è detta la prima parola, e ha pensato di essere un coglione ad aver lasciato tutto all’ultimo momento. Ma siamo fatti così. Lavoriamo meglio sotto pressione, infatti ha ricevuto i complimenti della commissione.
Le coccinelle erano rosse. Alla mamma di Beppe non piacciono i Rossi, ma non ci avrebbe mai pensato che dopo la discussione del figlio sarebbe partita la gag. Sinceramente non ricordo come sia iniziata la cosa, ma alla fine si cantava "la società dei magnaccioni". Con Beppe eravamo coinquilini ad Urbino. E’ bello ritrovarsi ogni tanto durante un viaggio. Non basta mai una notte per raccontarsi tutto. Ma la prossima volta potremo ricordare di come quella notte la Babi vinse hai punti. Ne aveva collezionati quattro. Al sopracciglio. Fu così che conobbi il Carreggi e dormimmo un’oretta in sala d’aspetto. Dentro era caldo e aveva ripreso a nevicare. Poi Pink aveva portato le piade. I pasti più buoni sono quelli fuori orario.

Ho infilato le mani in tasca perché pensavo di avere freddo. Ma sulla banchina della stazione batteva il sole. Il treno era in ritardo, ma non mi importava. Stavo bene.

 

Tra Firenze e Roma, 18 Dicembre 2009

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1 commento
  1. anonimo ha detto:

     Bellissima Sbe…ciao Gio

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